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Nel lavoro Parachute
Project - Floating
House è presente una serie di elementi che
potrebbero essere considerati paradigmatici di un nuovo modo di
produrre arte in grado anche di minare alcuni dei significati su cui
storicamente l’arte stessa si fonda.
Il primo degli assiomi messi in crisi è l’idea che
il singolo artista sia produttore unico di opere d’arte.
Siamo, infatti, di fronte a un soggetto plurale, lo studio Trickster un
gruppo “mobile” di artisti, performer, architetti,
fondato nel 1998 da Filippo Borella e Stefania Grazioli, le cui opere
sono il frutto di una collaborazione e di un processo di scambio che si
attuano sia durante la fase ideativa e progettuale del lavoro, proprio
perché l’idea iniziale nasce da un gruppo, sia in
quella realizzativa, dove un ruolo fondamentale per la riuscita
dell’opera è la collaborazione dei cittadini
comaschi. In questo modo Trickster denuncia i limiti della
tradizionale figura dell’artista genio, continuamente messa
in discussione nel corso del Novecento, pur continuando a rimanere un
punto fermo nel mondo dell’arte.
Il secondo elemento che viene ridiscusso da Parachute Project - Floating
House è il concetto stesso di opera
d’arte. Risulta infatti difficile analizzare con i
tradizionali parametri di valutazione l’opera che Trickster
ci presenta proprio perché non è più
vincolante la presenza di un oggetto simbolico che sintetizzi il
discorso artistico. È infatti l’intera operazione,
con tutto il portato etico oltre che estetico che ne consegue, a poter
essere definita opera d’arte. Se partiamo da questi
presupposti è facile constatare come vengano messi in
discussione il concetto di spettatore (in quanto parte attiva, sia se
si considera il lato italiano sia quello indiano), nonché
quello di luogo dell’arte, dilatato e deformato
dall’opera stessa che si situa tra lo spazio chiuso della
galleria, quello infinitamente esteso dell’operazione stessa,
e quello del lago di Como dove ha avuto luogo l’ultima fase
di Parachute Project, la vera e propria Floating
House, appunto. Ne
risulta un’opera aperta in cui l’invenzione
creativa è legata alla realtà dei problemi
sociali, e dove la rappresentazione lascia il posto al tentativo di
intervenire nel cuore delle emergenze, sempre più pressanti,
del nostro tempo.
L’ultima considerazione che vorrei fare è una
breve analisi del nome del gruppo Trickster. Questo sostantivo inglese,
che si potrebbe tradurre semplicemente come imbroglione, briccone, in
realtà rimanda a una figura archetipica, sfuggente alle
classificazioni e presente in tante narrazioni diverse, e che ha
affascinato anche un’importante figura come Carl Gustav
Jung1. Per metà bugiardo, ingannatore
e per metà
eroe civilizzatore, la figura del trickster è capace di
riassumere in sé caratteristiche femminili e maschili,
occidentali e orientali, in una continua messa in discussione delle
certezze degli ordini e delle leggi lasciandoci però
intravedere la possibilità di creare un mondo dove tutto
è ancora possibile2. Nomen omen diceva
Plauto3 ventidue
secoli fa e forse ci possiamo davvero fidare di questo
“presagio”, e pensare che il significato di
Parachute Project - Floating House sia racchiuso già nella
parola trickster.
Roberto Pinto
Note al testo
1 cfr. Radin, P., Jung, C. G.,
Kerényi, K., Il briccone divino,
Bompiani, Milano 1965.
2 cfr. Miceli, S., Il demiurgo
trasgressivo. Studio sul trickster, Sellerio, Milano 2000.
3 Plauto, Persa, v.
625.
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